emily


 

Io sono Nessuno e tu chi sei?
Nessuno anche tu?
Bene, allora siamo in due. Schh! Non dirlo agli altri, ci caccerebbero sai.
Che orrore essere qualcuno!
Che noia, come una rana che ripete il suo nome,
tutto il mese di giugno, ad un pantano che la sta ad ammirare.

Su entra, ma non fare troppo rumore…coraggio…non avrai paura?
Alla tua età non avevo paura di nulla,
in casa ero la più piccina e mi ero scelta la stanza più piccola.
Di notte, la lampada, il libro, il geranio, mi facevano compagnia
dalla finestra potevo afferrare la menta,
che non smetteva mai di cadere, e poi il cestino, che calavo di sotto, nel giardino e… fammi pensare, si sono sicura che questo era tutto.
Non parlavo mai, se non quando mi si rivolgeva la parola,
e anche in quei casi, erano sempre poche parole, a bassa voce.
Non sopportavo di vivere ad alta voce,
mi vergognavo talmente del chiasso,
e se non fosse stato che il paradiso era così lontano e che tutti quelli che conoscevo ci andavano,
pensavo spesso che, senza farmi troppo notare,
sarei potuta morire anch’io…
e invece no!… sono viva!…qui….si perché la vita è lassù,
dietro lo scaffale, non ci arrivi?
Ah già non puoi, è la mia…la tua deve trovarsi nella tua stanza, è logico, quando tornerai a casa cerca bene,
sai la vita a volte si chiude dentro i cassetti, per anni, o nei bauli arrugginiti,
spesso le piace nascondersi tra le vecchie carte gialle
o tra lettere che ti sei dimenticato di spedire,
soprattutto quelle d’amore.

Ma avvicinati un po’…forse è il buio che ti spaventa?
Hai ragione, ma sai, i miei occhi sono malati e una luce troppo abbagliante li accecherebbe,
lo sguardo incerto ha imparato a vedere le cose nascoste
nella penombra della stanza, ai primi bagliori dell’alba
o vicino alla fiamma della candela
che accendi poco prima di dormire,
sono verità che non si mostrano alla luce violenta del sole che cancella le sfumature e le differenze.

Certo, anche tu sei curioso, come tutti…vorresti vedere il mio volto vero?
Se è così importante ti farò avere un mio ritratto, più tardi,
ora non ne ho…ma sono piccola, come lo scricciolo, i capelli li ho di un colore deciso, come la lappa castana…e gli occhi…gli occhi
come lo Sherry, avanzato nel fondo del bicchiere degli ospiti.
Ti basta così?

(canto)

io canto…canto per consumare l’attesa e per tenere lontana la notte,
la poesia, come la musica, misteriosa forma del tempo, sospende gli istanti,
le parole e i suoni senza peso
aleggiano sopra le cose come un polvere sottile,
e quando scende lo spazio ascolta e l’ombra… trattiene il respiro…

Ma come si può vedere un mondo in un grano di sabbia?
Come si può sperare di salvarsi con ciò che è più fragile?
Concentrarsi come il tuono al proprio limite
e poi esplodere con sfarzo e fragore
questo…questo sarebbe poesia…

Io invece, davanti a me ho trovato grandi strade di silenzio
dove non vi era universo, né legge,
dove gli orologi dicevano che era mattino, ma a distanza le campane chiamavano la notte.
Là ho visto oceani ingordi, in cui la mia piccola barca si era persa,
tigri in agonia, massacri di soli e campi di battaglia …
non li vedi? …cavalieri consacrati che si affrontano, proprio là,
in fondo al giardino, accanto al trifoglio,
dove sono le api e il mio cuore e il pettirosso.

Esploratore! Esplora te stesso!
Tutto ciò che vedi benché appaia fuori è dentro:
non occorre andare molto lontano per porsi delle domande,
perché il mondo è un cerchio inscritto tra quattro pareti.
L’allodola potrà rientrare nel suo guscio,
e volare più leggera nel cielo?
Si può sentire l’ebbrezza della libertà
scegliendosi una comoda prigione, e gettandone via la chiave per sempre?

E se dicessi non aspetterò,
se spalancassi i cancelli di carne e li oltrepassassi per evadere verso di te?
E se mi sbarazzassi di questo corpo mortale? sarei forse più leggera e libera?

Vienimi incontro Eden, lentamente…

Ma una volta fuori, chi mi libererà da me stessa?
Dicono che il ricordo delle catene sbiadisca presto agli occhi di chi è da poco libero…
Nulla per me di più familiare della libertà…
La mia prigione è bella, è la casa di potenze infinite…
io abito la possibilità
le sue finestre non si contano, le sue porte non hanno serrature,
il cielo è il tetto…
al sicuro, in stanze d’alabastro dormono i ricordi, i pensieri,
gli amori, le parole, i paesaggi, i giorni…lunghissimi, come due ieri…
quando sognano si incontrano…un petalo, un sepalo, una spina…un fiasco di rugiada, un’ape o due, una leggera brezza…e…e sono una rosa!

Ecco, tieni, portala via con te,
così quando appassirà, prima di gettarla via, forse sentirai,
senza saperlo…quasi una solitudine.

Questa ve la devo raccontare. Ho saputo che qui ad Amherst vive un personaggio assai bizzarro. Il suo nome è Emily Dickinson, ma la gente la chiama il Mito. Nessuno di quelli che vanno a trovare sua madre o sua sorella è MAI riuscita a vederla. Da quindici anni non esce da casa, tranne una volta, per andare a vedere una chiesa che era stata appena costruita. Si dice che in quell’occasione sia sgusciata di casa la sera, sul retro, e che tutto sia avvenuto al chiarore della luna.
Dicono che vesta unicamente di bianco e che abbia un cervello come un diamante. Scrive molto bene, poesie credo, ma non si lascia vedere da nessuno, mai. Solo ai bambini, di tanto in tanto, e uno alla volta, dà il permesso di entrare nella sua stanza, e gli offre dolci e caramelle.
Sua sorella mi ha invitato a casa perché canti per sua madre. La gente dice che il Mito mi sentirà e che non perderà una nota, sarà vicina, ma non si farà vedere…non è come in un romanzo?
Nessuno conosce la causa del suo isolamento, questo è un mistero, quel che è certo è che si fanno molte congetture…

 

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